Enzo Obiso

“Il corpo delle donne ha avuto da sempre una forte attrazione per me, sia esso reale, immaginato o rappresentato dagli artisti, a partire dai classici della pittura fino ad arrivare al nudo in fotografia…”

Enzo Obiso

“Il corpo delle donne ha avuto da sempre una forte attrazione per me, sia esso reale, immaginato o rappresentato dagli artisti, a partire dai classici della pittura fino ad arrivare al nudo in fotografia…”

Enzo Obiso è per me, quello che si può definire, un fotografo COMPLETO… un fotografo che si sa adattare ai tempi moderni rimanendo fedele al suo stile, stile che lo caratterizza e contraddistingue.
Proverò a farvelo conoscere un po’ meglio, anche se dopo tantissimi anni che lo conosco come persona e come fotografo, riesce a stupirmi ancora oggi ogni volta con delle nuove immagini meravigliose e inedite, che tira fuori dal cilindro, magicamente…

Introduzione di Enzo…
Aimè, ho un archivio molto corposo, spesso durante le mie ricerche vi trovo soggetti che avevo dimenticato e che spesso ritrovo migliori di quelle scelte a suo tempo.
Ho cominciato a occuparmi di fotografia durante il liceo artistico,
mi appassionavo alle immagini dei grandi autori trovate sui libri o nelle riviste specializzate ma anche e soprattutto ero interessato all’arte, agli artisti e al mondo dell’arte in generale.
Successivamente, mi riferisco agli anni settanta, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Torino, la scelsi perché il mio interesse per l’arte era preponderante e in quel momento, siccome prevedeva un corso speciale di fotografia che potevo inserire nel mio piano di studi, mi sembrò il posto migliore per studiare e dedicarmi all’arte utilizzando il mezzo fotografico. Lì ho iniziato e a frequentare critici d’arte e artisti. I miei esordi, insomma, sono legati al mondo dell’arte piuttosto che a quello della fotografia in senso stretto e per questo un po’ anomali rispetto alla maggior parte dei fotografi italiani della mia generazione.

Quando ti definisco un fotografo COMPLETO, intendo che sei un fotografo che riprende sia con una camera analogica, istantanea o digitale, che stampi personalmente il tuo lavoro in camera oscura o utilizzando la camera chiara, sia esso in bianco e nero o a colori … raccontami di questo tuo percorso evolutivo che sembra evidente ma che a mio parere non lo è?
La maggior parte dei fotografi che conoscevo, quando ho cominciato ad occuparmi seriamente di fotografia, lavorava prevalentemente con fotocamere di piccolo o medio formato, a pellicola B/N o Colori. Questi sono stati gli strumenti che mi sono trovato a disposizione anch’io come gli altri all’inizio del mio percorso e con questi ho cercato di realizzare le mie immagini, pensando che fossero il massimo per esprimere al meglio la mia visione. L’utilizzo di queste attrezzature non è stata frutto di una scelta ponderata o dettata dall’attrazione verso una certo tipo di fotocamera piuttosto che dal formato particolare di una pellicola, ma una scelta casuale obbligata dalla realtà del progresso tecnologico di quegli anni.
Non so se nel frattempo sono diventato un fotografo completo, non credo! Ma ammesso che sia così forse sono stato costretto a diventarlo per merito o a causa degli eventi. Con il passare del tempo e l’arrivo sul mercato di nuovi dispositivi disponibili per gli artisti quali strumenti di tecnica di ripresa più sofisticati, avveniristiche modalità di acquisizione dell’immagine, la rivoluzione digitale e tutto il resto, sono aumentate per i fotografi le possibilità di scelta e le opzioni per sperimentare. Mio malgrado mi sono ritrovato ad apprendere e approfondire nuovi linguaggi e a provare i diversi materiali, a partire da quelli per la stampa offerti dal mercato.
Per i giovani fotografi di oggi e per gli artisti che non hanno vincolato il proprio lavoro ad una tecnica specifica la situazione è ottimale perché possono scegliere.
Il banco ottico a pellicola e quello digitale oggi sono contemporanei e personalmente sono molto contento di poter decidere solo all’ultimo quali saranno gli strumenti che utilizzerò per il mio progetto in corso.

L’immagine che ci ha fatto conoscere, che personalmente trovo sia una delle più belle che tu abbia realizzato, si chiama “nudo con papiri”. Adoro questo tuo modo di fotografare il corpo della donna rendendolo ancora più bello di quanto non lo sia già, statuario, sensuale e soprattutto niente volgare…
E’ vero! È stato grazie a quella foto che ci siamo conosciuti e a Claudio Composti nostro amico comune che ha favorito il nostro incontro.
Il corpo delle donne ha avuto da sempre una forte attrazione per me, sia esso reale, immaginato o rappresentato dagli artisti, a partire dai classici della pittura fino ad arrivare al nudo in fotografia.
Il mio lavoro sul nudo femminile è completamente realizzato utilizzando la luce naturale e nasce dalla fusione di queste definizioni ‘reale e immaginato’ nella speranza di riuscire a celebrarne la bellezza. Le donne che fotografo (alcune le ho fotografate per diversi anni) sono donne vere, nel senso che non sono modelle di professione e tutte, a parte qualche eccezione, conoscono bene il mio lavoro. Donne che posano con partecipata convinzione, a volte suggeritrici di pose, sempre complici negli equilibri e le tensioni restituite dalle immagini. In taluni casi ho avuto la sensazione di essere un operatore di ripresa più che l’ideatore della scena o l’autore della foto, al punto di chiedermi se fossi io a stabilire il contenuto di quell’immagine.
La prima parte di questo lavoro comincia nel 1989 e si conclude nel 2018 anno del mio trasferimento dallo studio di Torino, dove nella stanza più luminosa ho scattato quasi tutte le fotografie. La seconda parte è in divenire.

Nel tuo lavoro dei nudi come anche in altri tuoi progetti trovo il bianco e nero ma anche il colore.
Ho intensificato l’uso del colore quando ho avuto un sufficiente controllo del processo di stampa che, come per il mio lavoro in B/N, ho sempre realizzato personalmente in camera oscura. Probabilmente però il motivo della stampa è solo una coincidenza, perché come ho detto in precedenza ci sono molte opzioni nel linguaggio fotografico e l’utilizzo o meno del colore, della pellicola in bianco e nero o della Polaroid è una scelta che viene dettata dalle circostanze, dalle esigenze progettuali, dalla temperatura della luce e da molti altri fattori.

Hai viaggiato moltissimo, e realizzato progetti in diversi Paesi, India, Eritrea, Mongolia… parlami in particolare di uno dei tuoi ultimi viaggi, a Cuba, dove all’interno del progetto ci sono temi molto interessanti come il Malecon, con immagini dove possiamo leggere la bellezza astratta e il concetto di malinconia e speranza.
Si è vero ho viaggiato molto e lavorato in diversi paesi del mondo, oltre che in Italia collaborando con gallerie d’arte Enti Pubblici e Fondazioni ma anche per il mio piacere.
Mi chiedi del lavoro realizzato all’Avana che in ordine di tempo non è il più recente ma è uno di quelli a cui sono più legato.
Il Malecon dove tutti ci fermiamo a guardare il mare……
Il lungo mare dell’Avana (Malecon) è lungo 8 chilometri ed è una delle vie più significative della città, gran parte delle vie centrali dell’Avana confluiscono nel Malecon che è punto di ritrovo per gli abitanti ma anche per i viaggiatori occasionali e per i turisti. E’ metafora di libertà, ricco di visioni poetiche e di immagini suggestive. E’ un’apertura sul mondo, una speranza per il futuro o più semplicemente una possibilità per la gente di poter immaginare un futuro fuori da Cuba, dopo l’embargo e dopo i tanti anni di isolamento e di chiusura al resto del mondo.
L’ho fotografato per molti tratti, per quasi tutta la sua lunghezza guardando verso il mare cercando di cogliere ogni differenza di luce e di materia.

Parlami invece del lavoro sulle “macchinine” (come le chiamo io) dove rappresenti la bellezza simbolica delle auto americane rimaste a Cuba dai tempi della rivoluzione di cinquant’anni fa.
Non ho mai avuto una particolare attrazione per le auto d’epoca, e neppure per le auto in generale, so perfettamente che in diversi paesi possiamo trovare le medesime auto americane che ci sono a Cuba, anche meglio conservate. Tuttavia quelle che si trovano dentro l’Isola, e all’Avana in particolare, da più di cinquant’anni sono un altra cosa e fanno parte ormai del nostro immaginario collettivo. Col passare del tempo e attraverso l’apporto di numerose modifiche, riparazioni, restauri e assemblaggi vari, sono diventate oggetti speciali autentiche opere pop, e diventate un veicolo mediatico potentissimo e affascinante ‘un’icona del tempo che fu simbolo del passato sospeso che si fonde con la vita quotidiana.

Ti ricordi la prima foto di questo lavoro? L’immagine dalla quale sei partito.
La prima in assoluto fu scattata durante il mio primo viaggio a Cuba dove in qualità di docente mi trovavo all’Avana per seguire tesi di Laurea in fotografia di alcuni studenti dello IED di Torino. Tutto è cominciato quando dopo giorni di lavoro e di girovagare per la città improvvisamente mi sono trovato  davanti ad una di questa vetture, era blu/celeste, si era appena fermata vicino al bordo del marciapiede di una delle vie poco frequentate del centro storico ed era illuminata dai primi raggi di sole filtrati dalle nuvole dopo il temporale… fu una visione magica… per la prima volta mi resi conto che non si trattava solo di un auto ma molto di più, il tempo l’aveva logorata nel colore e nella forma ma le cure per restituirne l’originale bellezza l’avevano trasformata in un opera d’arte, rendendola quasi divina…poesia mobile.

Riguardo al tuo ultimo progetto fotografico in Vietnam, cosa ti ha motivato ad andarci e realizzare un lavoro, per poi tornare con un gruppo di fotografi a fotografare il luogo?
Il primo viaggio in Vietnam è stato di pura curiosità, era un viaggio che avevo in sospeso da molto tempo, volevo visitare finalmente un Paese per il quale ho sempre avuto una forte attrazione ma che conoscevo solamente attraverso i report di immagini e notizie della guerra assurda durata vent’anni.
Insieme alla mia compagna di viaggio l’abbiamo attraversato da sud a nord senza un obbiettivo preciso se non quello di vedere e conoscere. Nel contrasto tra il caos estremo delle città e la bellezza assoluta del paesaggio la rapidità di ciò che succede in ogni attimo, alla crescita alla velocità della luce nel disordine apparente sono nate le motivazioni per ritornarvi.
Ci sono ritornato l’anno successivo condividendo il progetto insieme a sette giovani e affermati fotografi e una scrittrice (Federico Masini, Fabio Oggero, Mattia Paladini, Paolo Tarenghi, Serena Vallana, Francesca Vergnano ed Elisa Baglioni) con i quali è stata realizzata una missione sul delta del fiume Mekong basata sul contrasto tra l’andamento lento del fiume e la velocità con cui il Paese si muove.

Tu non sei solo un fotografo COMPLETO, sei stato un docente di fotografia e attualmente anche il direttore del PHOS, Centro Fotografia Torino… parlami del tuo ruolo e di tutte le attività che si svolgono all’interno?
Mi piace insegnare, è una cosa che quando posso faccio molto volentieri. È importante e stimolante il confronto che si crea con gli studenti, siano essi avviati alla professione   oppure appassionati di fotografia che studiano per ottenere risultati migliori.
Grazie per avermi chiesto di Phos perché è una realtà alla quale io e i miei amici fondatori teniamo molto. È un centro che abbiamo aperto per promuovere e divulgare la buona fotografia. Phos centro polifunzionale per la fotografia e le arti visive, è una delle realtà più consolidate nel panorama culturale di Torino nasce nel 2011 e vi si svolgono molteplici attività legate principalmente alla cultura fotografica.
Nasce con l’obiettivo di formare giovani fotografi e appassionati di fotografia e arte, attraverso le attività didattiche, i laboratori, le mostre e le diverse iniziative editoriali. Tra le attività didattiche principali: corsi di fotografia, missioni fotografiche e workshop.
Ci sono sale espositive dove vengono proposti in alternanza, lavori di autori emergenti e mostre di artisti affermati.
All’interno della sede 2 aree sono dedicate ai laboratori fine art, camera oscura e laboratorio digitale oltre alla foresteria per gli artisti in residenza.
IL mio ruolo di direttore del centro consiste nella programmazione delle mostre e delle proposte didattiche.

By Maria Ares Chillon per QUIDMAGAZINE

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