Noemi Heidel

“Il mio percorso artistico è tutt’altro che convenzionale. Invece di seguire un classico curriculum artistico, sono partita da una formazione accademica umanistica e ho lavorato per molti anni nell’ industria editoriale e nella pubblicità. Quando ho iniziato a dedicarmi all’arte all’inizio lo consideravo uno svantaggio ma poi ho iniziato ad apprezzare la libertà che ne deriva. Immagino che una formazione artistica tradizionale (oltre ovviamente a dare una solida base al proprio lavoro) porti con se’ anche un bagaglio di aspettative e di preconcetti sul ruolo dell’arte, sul proprio posizionamento, sulla rilevanza del proprio lavoro… Priva di tutto questo mi sento libera di fare semplicemente quello che mi piace.”

Noemi Heidel

“Il mio percorso artistico è tutt’altro che convenzionale. Invece di seguire un classico curriculum artistico, sono partita da una formazione accademica umanistica e ho lavorato per molti anni nell’ industria editoriale e nella pubblicità. Quando ho iniziato a dedicarmi all’arte all’inizio lo consideravo uno svantaggio ma poi ho iniziato ad apprezzare la libertà che ne deriva. Immagino che una formazione artistica tradizionale (oltre ovviamente a dare una solida base al proprio lavoro) porti con se’ anche un bagaglio di aspettative e di preconcetti sul ruolo dell’arte, sul proprio posizionamento, sulla rilevanza del proprio lavoro… Priva di tutto questo mi sento libera di fare semplicemente quello che mi piace.”

Noemi Heidel è una fotografa con un animo artistico romantico e poetico … queste sono le prime parole che mi vengono in mente se devo descriverla come artista.
Nata in Germania ma con un pezzettino del suo cuore “made in Italy”, mamma di una bellissima bambina che è diventata la sua Musa, fan sfegatata dell’immagini istantanee…. ma soprattutto gelosissima delle su “creature artistiche”.

Noemi sei nata a Monaco di Baviera ma una parte di te è italiana, della Toscana. Come mai hai questo rapporto con l’Italia?
Ho passato quasi tutta l’infanzia in Toscana, a Lajatico, und paesino in provincia di Pisa che negli ultimi anni è diventato famoso grazie al Teatro del Silenzio di Andrea Bocelli, ma che a quei tempi nessuno conosceva. Ho lasciato la Toscana quando avevo 18 anni, da allora ho viaggiato molto e ormai vivo a Berlino da tanti anni, ma nonostante tutto questo continuo a rimanere molto legata alla campagna dove sono cresciuta. Ci torno in vacanza ogni estate e la sensazione che mi assale quando mi ritrovo su quelle colline, sento l‘odore delle erbe di campo, il suono delle cicale… É sempre la stessa, molto profonda, la sensazione di tornare a casa… In tutti gli anni che io ho vissuto la mia vita urbana, viaggiato il mondo, vissuto avventure così diverse… Quelle colline sono rimaste lì immobili, placide, come se niente fosse cambiato, come se il tempo non esistesse. Più che un luogo geografico la “mia” Toscana è uno spazio emozionale sospeso tra passato e il presente, fatto di ricordi e di nostalgia ma anche di riflessione e di nuova ispirazione.

In molte delle tue fotografie troviamo tua figlia, ma da quello che traspare non sono immagini di una mamma innamorata che sta fotografando “semplicemente” la propria bimba ma sta fotografando la sua Musa. Parlami di lei come figura protagonista per il tuo lavoro artistico.
Sì, mia figlia Guadalupe è stata ed è molto importante nel mio sviluppo artistico. Ma le mie immagini di lei non sono dei ritratti in senso classico. Non sono il suo aspetto e la sua personalità che cerco di cogliere, è piuttosto una particolare atmosfera che emana da lei in una certa situazione, un “vibe” che intuisco e che cerco di catturare e di immortalare in uno scatto. Qualcosa di ispirato a lei ma che va oltre a lei come individuo, più un’idea archetipica come la gioia, la purezza, la spensieratezza… Spesso per cogliere bene il concetto creo un titolo per la serie fotografica già nel momento in cui la stiamo scattando… Lei mi è così vicina da afferrarlo senza tante spiegazioni ed è molto brava ad interpretarlo in modo creativo. In Toscana poi c’è anche una dimensione autobiografica, fotografandola negli stessi luoghi dove io ho giocato alla sua età nelle immagini si crea una terza dimensione tra la mia infanzia e la sua. Sono molto grata di poter condividere questo lavoro creativo con lei e spero possa essere un’esperienza di cui da grande si ricorderà con piacere.

Tu usi come mezzo artistico la fotografia istantanea. Come sei arrivata alla scoperta di questo mezzo ma soprattutto cosa è suscitato in te per sceglierla.
Non ho avuto una formazione professionale di fotografia e l’idea di scattare in manuale all’inizio mi intimidiva. Avevo bisogno di uno strumento semplice che mi permettesse di esprimermi in modo intuitivo senza dovermi occupare troppo della tecnica. Nella fotografia istantanea ho trovato il mezzo perfetto per creare immagini poetiche e suggestive senza bisogno di troppa preparazione né di manipolazione successiva. Lavoro con una vecchia Polaroid sx-70 del 1981 che ho comprato da un mio amico fotografo francese, una camera con una storia, di cui sapevo che aveva viaggiato il mondo e scattato fotografie che ammiro molto. I tipici colori pastelli delle pellicole sx-70 mi permettono di creare immagini che hanno qualcosa di incantato, come uscite da un sogno o da un ricordo lontano. Lavorare con questa fotocamera è un’avventura, lo sviluppo delle foto dipende da così tanti fattori come la temperatura ambientale e la conservazione delle pellicole, i risultati sono imprevedibili… A volte escono fuori delle immagini surrealistiche molto lontane dalla realtà davanti alla lente… Per me è pura magia! La gioia di creare qualcosa di nuovo e poetico più che rappresentare qualcosa di già esistente… E per questo che lavoro con la Polaroid.

Il tuo lavoro artistico ha una peculiarità molto romantica e poetica dove, oltre a tua figlia come protagonista, troviamo la natura. Raccontami più ampiamente del tuo lavoro.
Per me quello che conta non è solo la fotografia come opera, come risultato, altrettanto importante è l’atto del fotografare in sé. Le immagini migliori nascono sempre da uno stato uno di “flow”, uno stato di concentrazione quasi meditativa in cui mi “immergo” nel mio motivo, per quanto piccolo possa essere, per coglierne tutta la grandezza. È una condizione quasi estatica che – a prescindere dal resultato (che poi non sempre è convincente), mi fa dimenticare tutto il resto, mentre quello che cerco di catturare attraverso la lente occupa tutto il mio essere. È un po’ come se il tempo si fermasse, ed è proprio questa sensazione che cerco di materializzare nelle mie foto, per conservarla ma anche per condividerla. A Berlino dove vivo sembra essere una tacita regola che l’arte debba per forza essere critica in modo palese, preferibilmente inquietante, mentre il bello viene considerato come meramente decorativo e privo di profondità, più appropriato al design e alla pubblicità che all’arte. Io non condivido questa visione e mi prendo la libertà di celebrare la bellezza nel mio lavoro… Che poi non è sempre la bellezza evidente, spesso anzi trovo il bello nelle cose piccole e poco appariscenti, in erbette polverose apparentemente insignificanti ai lati della strada… Nessuno sembra notarle (anzi mi è capitato che i passanti mi chiedessero cosa stessi cercando di fotografare) ma colte nella giusta luce o in un’inquadratura nuova risplendono improvvisamente in tutta la loro grandiosità. È una cosa che mi dà grande soddisfazione, sia il processo creativo che le reazioni degli osservatori e il dialogo che spesso ne nasce.

Sto riscontrando che molti artisti che usano la fotografia istantanea fanno molta fatica a staccarsi, cioè vendere, le proprie opere fotografiche istantanee originali o addirittura scartano l’idea completamente. So che questa cosa succede anche a te. Spiegami questo senso di possesso e gelosia.
Come dicevo, per me l’atto di fotografare è un processo molto personale. Ogni scatto riuscito è il frutto di un legame intimo con il soggetto e allo stesso tempo c’è dentro un pezzo di me. È un momento magico immortalato nella chimica della pellicola ed è irriproducibile. È possibile scannerizzare la foto chiaramente, ma l’originale continua a svilupparsi nel tempo ed è insostituibile. Per me questo ha un grande valore personale. Non escludo però vendere originali al momento giusto e ai clienti giusti.

In questo periodo, a te come artista, la Pandemia ti ha tolto entusiasmo o ti ha apportato creatività?
All’inizio del 2020 sono ancora riuscita a fare un viaggio sull’isola di Palawan alle Filippine che è stato una vera rivelazione dal punto di vista fotografico. Poi sono arrivati i vari lockdown che a Berlino stanno durando fino ad oggi. Non poter viaggiare mi pesa molto, soprattutto perché mi manca lo sguardo fresco e l’ispirazione di quando mi trovo in posti nuovi. Ho diversi progetti fotografici nella testa che purtroppo riuscirò a realizzare solo quando sarà di nuovo possibile viaggiare normalmente. E chiaramente anche il fatto che la maggior parte delle mostre nello scorso anno siano state annullate è frustrante. Ma come ogni crisi anche la pandemia porta con sé un potenziale di riflessione, di valutazione e di rinascita. Con tutte le sue restrizioni la pandemia mi ha dato la possibilità di rivolgere lo sguardo all’interno e di trovare la mia voce artistica senza troppe distrazioni. Nel momento dell’isolamento più totale mi sono addirittura messa a fare autoscatti, qualcosa di totalmente diverso da tutto quello che avevo fatto prima. Per la mancanza di luce nel mio appartamento a Berlino sono usciti fuori degli scatti surrealistici e sfocati in rosa e viola, uno stile del tutto nuovo che non avrei mai scoperto se non mi fossi ritrovata in una situazione così estrema.

By Maria Ares Chillon per QUIDMAGAZINE

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